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30 Jahre Wende – Treffen mit einer Zeitzeugin

Eine Gruppe von Austauschstudierenden aus Italien hat im Wintersemester 2018/19 an einem Übersetzungskurs teilgenommen, bei dem die deutsche Teilung und Wiedervereinigung im Mittelpunkt standen. Die Kursteilnehmer/innen hatten damit Gelegenheit, sich anläßlich des 30-jährigen Jubiläums des Mauerfalls, nicht nur mit dieser großen Geschichte auseinander zu setzen, sondern auch mit einigen der unzähligen kleinen Geschichten, die sich dahinter verbergen.

In diesem Zusammenhang wurden auch die Ereignisse der deutschen Botschaft im Prag in jenem Sommer und Herbst 1989 behandelt, die viele mit den berühmten Wörtern von Außenminister Genscher verbinden: „Wir sind zu Ihnen gekommen, um Ihnen mitzuteilen, dass heute Ihre Ausreise…“. Die Kursteilnehmer/innen empfanden ein wachsendes Interesse für diesen Teil der Wende-Geschichte, vielleicht auch deswegen, weil viele der sogenannten Botschaftsflüchtlinge damals junge Menschen in ihrem Alter waren.

Es entstand somit die Idee, eine dieser Personen näher kennen zu lernen.

Am 26.06.2019 war es dann soweit. Manuela Beckmann kam ans Sprachenzentrum, um Ihre Geschichte von damals zu erzählen und die italienischen Studierenden kennen zu lernen. Daraus wurde ein interessanter, lehrreicher und bewegender Abend, in dem ein duzend junge Menschen aus Italien eine Zeitreise unternehmen durften, die sie – wie sie sagten – nie vergessen werden.

Marta, eine der italienischen Studentinnen, beschreibt das Treffen mit diesen Worten:

«È la gente che fa la storia. / Quando si tratta di scegliere e andare / te la ritrovi tutta con gli occhi aperti / che sanno benissimo cosa fare.» Così canta Francesco De Gregori in una delle sue canzoni più famose. 
Ha ragione. Adesso lo so.

26 Giugno 2019. Con un gruppo di studenti Erasmus miei compagni ho partecipato all’organizzazione di un incontro con Manuela Beckmann.
Cresciuta nella Germania Est, a soli 18 anni Manuela decide di scappare all’Ovest attraverso l’ambasciata della Repubblica federale tedesca di Praga.
Per fare ciò parte di nascosto, il 29 settembre 1989, senza sapere se e quando avrebbe rivisto la propria famiglia: un salto nel vuoto, senza Skype o Whatsapp a garantire il contatto con le persone amate, in nome della libertà.

Una Germania ben diversa da quella che sto conoscendo io, in questa mia esperienza da cittadina europea del 21° secolo.

“Non mi sentivo libera, non potevo andare dove volevo, non potevo nemmeno ascoltare la musica che volevo. Avevo solo 18 anni ma sentivo già l’oppressione della DDR” così ci racconta la signora Beckmann la sua vita prima di quel 29 settembre.

Una Germania ben diversa da quella che sto conoscendo io, in questa mia esperienza da cittadina europea del 21° secolo. Una Germania a volte perfino difficile da immaginare. Grigia. Impaurita. Divisa da muri fisici e mentali. Muri che costringono, che soffocano, che non permettono di respirare liberamente.
È questa la Germania che Manuela Beckmann vuole lasciarsi alle spalle.
Arrivata all’ambasciata tedesca di Praga, la signora Beckmann vede davanti i suoi occhi uno scenario drammatico: oltre 4000 persone che hanno preso la sua stessa decisione. Molti scavalcano i cancelli e le recinzioni, affrontano la Stasi e la polizia cecoslovacca pur di riuscire ad arrivare dentro quell’ambasciata e toccare terra libera. Ma la libertà in quei giorni è stretta, limitata, scomoda, sporca e sempre più fredda. Le file per andare in bagno durano ore e le famiglie con bambini piccoli chiedono aiuto a coloro che si trovano fuori dai cancelli per farsi portare il necessario per i più piccoli. I giornali occidentali parlano di catastrofe umanitaria.
L’attesa della nuova vita, per Manuela Beckmann, dura un giorno. Il 30 settembre Genscher, ministro degli esteri della Germania Ovest, sale sul balcone dell’ambasciata e comunica alle migliaia di profughi che da poche ore, giorni, settimane o mesi aspettano la loro nuova vita, che un treno li porterà via. Il suo discorso viene soffocato da un urlo di gioia che unisce tutte quelle 4000 persone: un treno verso la libertà, un treno verso l’Ovest.
La signora Beckmann sale su quel treno che da Praga sarebbe dovuto arrivare in Germania Ovest passando per la DDR, senza ben sapere cosa sarebbe successo.
Non immaginava, forse, che il treno sarebbe transitato esattamente davanti casa dei suoi genitori, e suo padre, che non sapeva nemmeno dove si trovasse esattamente la figlia, sarebbe stato proprio lì fuori, a lato dei binari, ad aspettare un treno che non sapeva se e quando sarebbe passato, sperando di vederla per un’ultima volta. La signora Beckmann racconta, con gli occhi lucidi: “Mi commuovo ancora, mi succede sempre quando racconto questa parte della mia storia”.

Il primo ottobre 1989 comincia la nuova vita di Manuela Beckmann. Sei settimane dopo il mondo non è più lo stesso. 
“È importante che la sua storia venga raccontata” afferma Davide Schenetti, docente del corso, “per non dare per scontata la situazione attuale, per non dare per scontata un’Europa unita e la libertà ad essa legata.”

Non dimenticare per non ripetere gli stessi errori, raccontare storie per creare una memoria collettiva anche in coloro che non hanno vissuto quei tempi. E’ qui che risiede l’importanza delle storie.
E nella mente mi risuona De Gregori: «la storia siamo noi/siamo noi che scriviamo le lettere/siamo noi che abbiamo tutto da vincere/e tutto da perdere/E poi la gente/perché è la gente che fa la storia /quando si tratta di scegliere e di andare /te la ritrovi tutta con gli occhi aperti/ che sanno benissimo cosa fare.»